La MASNÀ

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Lo confesso: non fosse stato per il suggerimento di un’amica, Grazia Tatta, non lo avrei mai letto. Non conoscevo l’autrice e, anche me lo fossi trovata di fronte nello scaffale d’una libreria, difficilmente ci avrei prestato attenzione. Solitamente non m’attirano i titoli in dialetto, per lo più se sono in piemontese, il mio dialetto.

Amo le tradizioni e certamente non rinnego le mie origini, piemontese d.o.c. sia da parte di madre che di padre. Sono cresciuta sentendo parlare in dialetto mia madre e mia nonna, mia zia e le vicine di casa. A noi bambini, invece, insegnavano a parlare in italiano: dovevamo andare a scuola, vivere in città. Ho assorbito dagli adulti l’uso dell’italiano come processo evolutivo rispetto alle generazioni precedenti. Culturalmente, da adulta, ho rivalutato l’importanza del dialetto ma, istintivamente, da un titolo in piemontese mi aspetto un racconto vecchio, sorpassato, limitato.

M’ha incuriosito il suggerimento di Grazia e anche l’immagine della copertina: nel volto della bambina su sfondo seppia mi sono rivista.

Fin dalle prime pagine Raffaella Romagnolo dipinge un mondo che fa parte di me, della mia infanzia. Ho abitato in città fin da piccola ma tutti i fine settimana e le mie estati le ho trascorse nella nostra casa ai piedi delle montagne; molti pomeriggi, dopo la scuola, andavamo a casa degli zii e cugini che abitavano in campagna. I racconti delle donne hanno riempito i miei anni da masnà.

Così la cucina di Emma Bonelli la vedo, la conosco: la credenza, il tavolo in legno, l’odore del camino che riscalda l’umidità delle grandi stanze; le lenzuola di lino bianco – un po’ ruvide – lasciate stese per qualche ora perché s’impregnino del profumo d’erba e fiori, prima di metterle sul letto. Sono immagini che porto dentro di me.

Qui e là le citazioni in dialetto sono voci che mi riportano indietro nel tempo. Sono parte di me Luciana – e poi Anna – che crescono in quel mondo prettamente femminile tenuto a dovuta distanza da quello degli uomini: il padre, con cui è sporadico qualsiasi dialogo, riservato invece al fratello. Il carattere di Emma, il suo carisma, la sua forza (o è debolezza?) con cui conserva fino alla morte i segreti che è bene non svelare, zittisce qualsiasi suo sogno in nome del ruolo a lei destinato: moglie e madre… mi somigliano.

E sono Luciana nella casa dei francesi a domandarmi se davvero non avevo capito oppure avevo preferito non vedere…

…ché siamo noi a portarla in ventre, a partorirla, a crescerla la famiglia… siamo noi a concepire, arredare, curare la casa… siamo noi a organizzare le feste famigliari fotografandone il ricordo… siamo noi a curare e assistere i vecchi: nonni, zie, mamma e papà… perché lo abbiamo nel nostro dna che questo è il ruolo che ci spetta…

…e siamo noi che poi veniamo dimenticate, come comparse servite alla scena madre, quella che si tramanda di padre in figlio, da nostro padre ai nostri fratelli…

ché non siamo noi la famiglia, non siamo noi a portare avanti il nome… non è nostra quella casa, quella terra… non siamo noi l’orgoglio… non siamo noi le eredi!

E sono Luciana a domandarmi come sia possibile che papà si sia dimenticato di me, che mamma sapeva… Sono Luciana con la voglia di dimenticare tutto, lasciarmi tutto alle spalle e ripartire da me, da dove poco più che bambina m’ero persa, dimenticata, annullata in nome d’una casa che non esiste più, in nome d’una famiglia che non sono io… felice di ritrovarmi senza nulla, senza nessuno, ma un nulla che è solo mio, che non mi è stato dato da nessuno…

e sono Luciana nel cortile della casa dei francesi a non riconoscere più le mura né gli alberi, con la consapevolezza di dovermi essere madre, padre, fratello, marito… finalmente libera di rivendicare la mia vita e ciò che mi spetta: le stanze che ho pulito giorno dopo giorno, le lenzuola stese all’aria, la terra che ho coltivato.

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