‘Na Stella – Una lucciola d’Agosto – Ritals

Una grande poesia d’amore in napoletano, una piccola favola e uno spaccato della dura realtà circa il lento ma inesorabile processo d’integrazione degli immigrati, cantate da un grande piemontese: Gianmaria Testa.

Il cantautore degli ultimi che ci ha prematuramente lasciato il 30 marzo 2016. Gianmaria, che raccontava l’amore con parole semplici e con altrettanto garbata sincerità e in punta di piedi, parlava di migranti, di chi è costretto a provare come è dura la vita in una terra straniera. Di chi è costretto a lasciare la propria patria, i propri affetti e le cose più care, la propria cultura, le legittime consuetudini, per andare a cercar fortuna in luoghi sconosciuti, trovando il compianto e il disprezzo di gente straniera, diffidente e ostile.

Come diceva a Dante il suo antenato Cacciaguida, predicendo il suo esilio, nel canto diciassettesimo del paradiso:

Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale.

Le canzoni ‘Na Stella e Una lucciola d’agosto, fanno parte dell’album Altre latitudini del 2003, mentre Ritals fa parte dell’album Da questa parte del mare del 2006.

‘Na Stella è stata composta esclusivamente per Gianmaria Testa da Fausto Mesolella strumentista degli Avion Travel.

'Na stella guarda o mare
cull'uocchie chiare chiare
s'interroga si o core
'ppe colpa e nu dolore
se po cchù nammurà.

'Na stella guarda a luna
cull'uocchie de guagliune
s'interroga si ammore
è fantasia do core
e si nu juorno turnarrà.

Stella stella do mare
quante jurnate amare
l'ammore fa passà
e proprio mentre a guardo
senza farme vedè
m'addono che o dispietto
lo chiude o core 'mpietto
pe nun se fa guardà.

E proprio mentre pensa
senza farse vedè
s'accorge che dimpetto
areto a nato cielo
già se sta annammurà.

Stella stella do mare
quante jurnate amare
l'ammore fa passà

Stella stella do mare




Una stella sta guardando il mare
con i suoi occhi chiari chiari,
si domanda se il suo cuore,
a causa di un dolore,
si potrà ancora innamorare.

Una stella sta guardando la luna
con gli occhi di un bambino
si chiede se il suo amore
è soltanto la fantasia del suo cuore
e se un giorno questo amore potrà tornare.

Stella, stella del mare
quante giornate amare
fa passare l'amore
mentre la guardo di nascosto
senza farmi notare
mi accorgo che il dispetto
le recinge il cuore nel petto
per non farsi osservare.

Proprio mentre sta riflettendo
senza farsi notare
si accorge che di fronte
dietro un altro cielo
si è appena innamorata.

Stella, stella del mare
quante giornate amare
fa passare l'amore.

Stella, stella del mare.

Una lucciola d’agosto
Parole e musica: Gianmaria Testa

Una lucciola d’agosto
se ne andava una mattina
fiera della sua valigia
a raccogliere la luna
e gridava ai quattro venti
la sua gioia d’esser viva
lo gridava ai quattro venti
e la sua luce lampeggiava.

Ma la lucciola d’agosto
vide il sole che nasceva
solo, dietro le montagne
vide il sole che brillava
disse al sole “non salire
con la tua luce assassina”
gridò al sole “non salire”
e la sua luce già moriva.

E una lucciola d’agosto
han trovato sopra un fiore
stretta nella mano destra
la valigia con la luna
e hanno detto “sarà morta
per paura o per amore”
hanno detto “sarà morta
perché luce non aveva
perché luce non aveva”.

E la vide il sole da lontano
sopra quel fiore di neve
e alla lucciola sorrise.

Ogni favola che si rispetti è portatrice di una morale che qui, umilmente, ci azzardiamo a trarre.

La lucciola siamo noi con la valigia, in cui portiamo i nostri sogni (la luna), quando cerchiamo di raggiungere la meta che ci prefissiamo e non sempre riusciamo a raggiungerla, perché spesso i sogni rimangono sogni e non si avverano; ma per quelli fortemente voluti e cercati con caparbietà, che  riusciamo a realizzare, è il destino (il sole) che ci sorride.

Ritals
Parole e musica: Gianmaria Testa

Eppure lo sapevamo anche noi
l’odore delle stive
l’amaro del partire.
Lo sapevamo anche noi.

E una lingua da disimparare
e un’altra da imparare in fretta
prima della bicicletta.
Lo sapevamo anche noi.

E la nebbia di fiato alla vetrine
e il tiepido del pane
e l’onta del rifiuto.

Lo sapevamo anche noi
questo guardare muto.

E sapevamo la pazienza
di chi non si può fermare
e la santa carità
del santo regalare.

Lo sapevamo anche noi
il colore dell’offesa
e un abitare magro e magro
che non diventa casa.

E la nebbia di fiato alla vetrine
e il tiepido del pane
e l’onta del rifiuto.

Lo sapevamo anche noi
questo guardare muto.

Ritals è dedicata a Jean-Claude Izzo, che era amico e ammiratore di Testa (più volte citato nei suoi romanzi). Il padre di Izzo era un salernitano emigrato in Francia e, come tanti altri, aveva dovuto sopportare l’abitudine con cui i francesi chiamavano in senso dispregiativo gli immigrati italiani: ritals, appunto.

In Solo dal Vivo, prima di cantare, Gianmaria diceva

Ero molto amico di uno scrittore che si chiamava Jean-Claude Izzo, per dirla alla francese Izò. Suo padre era di Salerno e sua made era spagnola. Stavano a Marsiglia ed è lui che mi ha spiegato cosa significa Rital. Suo padre, e anche sua madre, gli avevano proibito di imparare la lingua paterna e materna per obbligarlo a parlare il francese più in fretta possibile in modo che gli altri ragazzi e bambini di Marsiglia smettessero di insultarlo e di chiamarlo Rital.

 

Ma Rital cosa vuol dire?

L’origine della parola non è chiara e molte sono state le ipotesi avanzate.
Il termine ritals – insieme al più celebre macaronis – era l’espressione dispregiativa con cui venivano chiamati in Francia gli immigrati provenienti dall’Italia.

Rital (al plurale ritals) è un termine dell’argot popolare francese che indica una persona italiana o di origini italiane. Esso possiede una connotazione peggiorativa e ingiuriosa e venne applicato agli operai italiani immigrati in massa in Francia e Belgio prima e dopo la seconda guerra mondiale per lavoro.

Taluni, invece, propendono per rital dal francese ritaglio di stoffa.  Infatti i primi emigranti italiani erano molto poveri, venivano da piccoli paesi, e molti avevano davvero dei ritagli, le toppe, sui loro vestiti; come avevano le valigie legate con gli spaghi, ed è per questo che venivano chiamati Rital – pezzenti – vestiti di pezze, e sinceramente sentirselo dire oggi è certamente un po’ offensivo.

Altri ritengono che il termine rital, ancora oggi vagamente peggiorativo, deriva dall’indicazione r.ital., cioè réfugié italien, che veniva stampata sulle carte degli immigrati.

Gianmaria Testa ha dichiarato, a proposito:

Io parlo di quel razzismo istintivo che hanno perfino i bambini, che è il razzismo verso una qualche diversità. Questo razzismo va combattuto con intelligenza, con ragionamento. Me lo spiego benissimo quello degli italiani, compreso il mio senso di fastidio, qualche volta. Me lo spiego, ma non lo accetto, sono due cose diverse: me lo spiego, ma penso che non sia giusto averlo e che bisogna contrastarlo in qualche modo.

Nei concerti, prima di cominciare, o a volte a concerto iniziato, amava leggere sempre questa poesia

Naufragi
Erri De Luca
, dalla raccolta Solo andata

Nei canali di Otranto e Sicilia
migratori senz’ali, contadini di Africa e di oriente
affogano nel cavo delle onde.
Un viaggio su dieci si impiglia sul fondo,
il pacco dei semi si sparge nel solco
scavato dall’ancora e non dall’aratro.
La terraferma Italia è terra chiusa.
Li lasciamo annegare per negare.

Una delle ultime, se non l’ultima, poesia di Gianmaria Testa, da lui stesso recitata è:

La bellezza esiste

Nel becco giallo-arancio di un merlo
in un fiore qualunque
nell’orizzonte perduto e lontano del mare
la bellezza esiste.
È un mistero svelato
un segreto evidente
la vita.
La bellezza esiste
e non ha paura di niente
neanche di noi
la gente.

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Fiorentino Izzo

Maresciallo Maggiore Aiutante della “Gendarmeria della Repubblica di San Marino” in pensione.
Socio fondatore del Gruppo Artistico Culturale Indipendente “Il Cielo Capovolto”