Napule è

«Terra mia» è il primo album che realizza Pino Daniele. Registrato tra il luglio del ’76 e l’aprile del ’77 nello studio Quattro Uno di Roma all’età di 20–21 anni, album che avrebbe segnato per sempre la carriera del mascalzone latino. Ancora oggi colpisce profondamente nelle sue canzoni il talento musicale e la poesia dei suoi testi. Un capolavoro che rappresenta un grande tributo a Napoli, ai suoi travagli quotidiani, all’annullamento dei suoi luoghi comuni. Pino Daniele canta la sua città, quella delle stradine, dei vicoli, dei disagi, dei quartieri poveri, dove il tempo non dà né tempo né spazio, dove si cresce in fretta. La Napoli del quotidiano quella del teatro a cielo aperto, dove tutti sono attori; canta la città che non vedeva, e non vede nessuno, quella degli anfratti, dei disagi e delle teatrali e tragiche mediocrità della gente comune. Mostrandone la modestia e le annose lacune giornaliere senza complessi, con severità e ironia.

Lui stesso in una prima intervista radiofonica prima dell’uscita del disco diceva:

Sono un cantautore napoletano che cerca di portare avanti un discorso di una Napoli completamente diversa da quello che è stata sempre: folkloristica, caratteristica del sole, del mare. Questo però può essere un fatto negativo perché Napoli è una città che vuole il suo posto fra tutte le altre città e ha delle piaghe enormi, delle miserie grandi. E a certe persone non conviene che questo sia messo in evidenza e c’è gente che pensa che parlare di Napoli sotto un’altra veste la deprezzi, facendola considerare un ghetto, una città violenta, in cui è pericoloso vivere. Io scendo giù per strada, prendo il dialetto volgare, che è espressione popolare, perché è una forma di sfogo dei napoletani stessi, però di certi tipi di napoletani, quelli che vivono nei bassi, nei ghetti, perché Napoli è tutto un ghetto, anche le parti ricche. Cantando in napoletano riesco veramente a esprimere quella parte di sentimento, di anima che c’è in me, che riesce ad entrare dentro lo spirito napoletano. Riesco veramente a dare tutto. Terra mia parla di qualcuno che, guardando la sua terra, nota che alcune cose sono sbagliate, come la paura della morte, del non essere: tutti abbiamo avuto delle crisi esistenziali e abbiamo pensato di ucciderci, di non voler più vivere in una società che nei nostri confronti è sbagliata, però ha la forza di vedere la propria terra e di credere nella libertà che gli altri ti daranno.

L’album contiene le canzoni:

  • Napule è
  • Na tazzulella ‘e cafè
  • Ce sta chi ce penza
  • Suonno d’ajere
  • Maronna mia
  • Saglie saglie
  • Terra mia
  • Che calore
  • Chi po’ dicere
  • Furtunato
  • Cammina cammina
  • ‘O padrone
  • Libertà

Esaminiamole una per una

Na tazzulella ‘e cafè

Tutti sanno quanto i napoletani fanno uso del caffè; per Napoli e i napoletani è una cosa sacra. E qui l’autore con ironia mette a nudo una secolare verità. I potenti fanno imbrogli e speculazioni sulla pelle della povera gente, senza fargli sapere cosa combinano, dandogli il contentino di una tazzina di caffè, magari con annessa sigaretta, invece di dargli una mano ad emergere dalle disgrazie giornaliere.

Na’ tazzulella e’ cafè ca’ sigaretta a coppa pè nun verè
s’aizano e’ palazze fanno cose e’ pazze ci girano
c’avotano ci iengono e’ tasse”.

Qui il pensiero va a quando i piemontesi si impossessarono dei territori del Regno delle due Sicilie e iniziarono a tassare le popolazioni del sud Italia, la maggior parte delle quali era propensa a tornare sotto i Borboni con lo slogan “…si stava meglio sotto Francischiello, quando si stava peggio, le tasse erano di meno e ci permettevano ogni tanto di far festa”.

 

Ce sta chi ce penza

La cui morale è sarcastica ed amara. È purtroppo duro constatare il pensiero dei napoletani: la vita va avanti, si tira a campare, tanto c’è la consapevolezza più assurda che alla fine di tutto, per l’appunto, “ce sta (sempre) chi ce penza”, che lavora e fa le cose per te, che risolve i problemi della città e di quelli che la vivono anche se per farlo traggono profitti su loro stessi.

‘A città è cchiù pulita ma ognuno mette ‘o dito
e nce vo’ mangnà’
ma nun dà retta, ce sta chi ce penza
‘mmiezo a ‘sta gente ce sta chi ce penza.

 

Suonno D’ajere (Sogno di ieri)

Pino Daniele vuol far credere che la storica maschera partenopea che rappresenta molti dei caratteri distintivi della cultura partenopea, ha abbandonato il suo spirito antico. Non fa più ridere nessuno è un Pulcinella ribelle che difende la classe povera dalle ingiustizie e dagli usurpatori della città, anche se le parole non fanno rumore.

Tu nun si ‘cchiù Pulecenella
facive ridere e pazzià
mo t’arragge e pienze a guerra
e nce parle ‘e libertà.

 

Maronna mia

La canzone parla di uno al quale hanno rubato il portafoglio e questo grida all’impazzata che si sono fregati i soldi e se la prende con la gente che non lo aiuta.
Questo è un racconto dei tanti spaccati quotidiani che può succedere in qualsiasi città; ma a Napoli la gente sta sulle sue e non interviene, né a difesa del derubato, né a condanna dei lestofanti. Infatti il derubato dapprima si dispera, perché gli hanno rubato il primo stipendio, poi riesce a prendere uno dei ladri, ma si accorge che la gente che aveva assistito al fatto si guarda bene dall’aiutarlo.

Maronna mia, Maronna mia
era chillu guaglione
Ueh! viene ccà, viene ccà, nun fa’ l’indiano
che faje abbedè ca nun saje niente
Ce stava tutta chesta gente
Ma che succede, chesta gente nun me vò aiutà’
E’ gente ‘e niente
E’ gente ‘e niente.

 

Saglie saglie

Parla di un ragazzo che vende la verdura (nello specifico aglio) e per poterlo fare è costretto con il suo cestino a salire e scendere per i vicoli della città, anche sotto il sole.

Saglie, saglie
cu’ sta spòrta chièna d’aglie
si nun saglie e scinne
tutta ‘sta rrobba nunn’a vinne.

 

Terra Mia

La canzone che da il titolo all’album racconta di una persona che guardando la sua terra (probabilmente lo stesso Daniele) si accorge di tante inesattezze e imperfezioni, ma nel contempo è convinto e ha la volontà di credere ad una propria terra diversa e nella libertà che un giorno qualcuno gli darà.
Terra mia, che ancor oggi viene considerata un capolavoro della musica d’autore italiana, non è altro che un inno alla speranza.

Nun è overo nun è sempre ‘o stesso
tutt’e journe po’ cagnà
ogge è diritto, dimane è stuorto
e chesta vita se ne va.

 

Che calore

Questa canzone parla di chi è costretto a lavorare o a camminare sotto il sole (una signora robusta che fatica a salire le scale). Parla dei ragazzi che vanno (a garzone) nei bar, minorenni, a volte, più che quattordicenni, che invece di andare a scuola,  impossibilitati o svogliati, trovano lavoro, ma sottopagati e sfruttati nei bar della città, venendo impiegati a portare il caffè o altre vivande negli uffici, nei negozi o presso privati. Questi ragazzi, costretti a camminare sotto il sole, devono fare attenzione a non rompere le tazze e le altre stoviglie perché il gestore del bar poi trattiene il costo sulla paga.

Dice ‘o guaglione
Si se scassano ‘e tazze l’aggio ‘a pavà’
I’ mo’ morö cu’ ‘stu calorë
nun me fidö cchiù.

 

Chi po’ dicere

Grande poesia scritta in lingua napoletana.
È corretto? È sbagliato? Chi può dirlo? Chi può dire se sono contento, se sto morendo. A chi mi dice amore, rispondo dolore. Sono passati tanti anni e adesso posso dire che quella che ho percorso non era la strada buona e mi rendo conto che non ho capito nulla. A chi mi dice umanità, rispondo amore.

Chi po’ dicere dimane vengo
e aspiette tutta ‘na vita
e t’accuorge ca nun aje capito
e nun te po’ cchiù passà.

 

Fortunato

Parla di un venditore ambulante, come ce ne sono ancora tanti a Napoli (oggi motorizzati ieri con i carrettini), che gira per i vicoli della città ed è costretto a gridare per avvertire della sua presenza, ma la merce che vende è buona. È una vita che giornalmente saluta le donne, giovani e non, che si sporgono dai balconi, e la sua voce entra nelle case della gente ed arriva sino al cuore. A me da l’idea di un robivecchi di una volta che in cambio di oggetti antichi barattava quelli moderni.
Poi una stoccata alla politica “Napoli è ancora come era una volta, ma noi tutti diciamo di volerla cambiare”.

Napule è commë ‘na vota
ma nuje dicimmo ca adda cagnà’
Furtunato tenë ‘a rrobba bellä ‘nzogna ‘nzogna.

 

Cammina Cammina

Anche questa è una grande poesia in musica. Canzone che affronta il tema della vecchiaia e della solitudine, narrando brevemente il mesto e sofferto cammino di un vecchio vedovo che cerca di parlare con qualcuno ma nessuno si ferma ad ascoltarlo. Pensa alla sua compagna che ha perso e il suo unico desiderio è quella di poterla raggiungere; piangendo è consapevole di non poter decidere da sé il momento in cui tale speranza potrà realizzarsi.

E cammina, cammina vicino ‘o puorto
e chiagnenno aspetta ‘a morte
sotta ‘a luna nun parla nisciuno
sotta ‘a luna nisciuno vo’ sentì.

 

‘O padrone

Questo pezzo parla di una storia che viene fuori da un fatto reale. Lo stesso Daniele raccontò di aver preso spunto dallo scoppio di una fabbrica di fuochi d’artificio di Casavatore, un paesino vicino Napoli ove morirono molti operai e immaginò che gli stessi andassero in Paradiso.
Mentre prima erano costretti a lavorare per una miseria, masticando amaro, (E nuie ce magnammo ‘o limone) senza alcuna protezione. Anche in paradiso, dove credevano ormai di stare bene perché non c’era nessuno che li comandava, il Padre Eterno si veste da padrone e li costringe a lavorare per di più senza paga.

Ma che ve site miso ‘ncapa
‘mparadiso s’adda faticà’
quanta luce ‘mparadiso nun se po’ stà’
nemmeno ‘e muorti stanno buono
manco ‘o limone nce putimmö magnà’.

 

Libertà

Qui basta il solo testo in napoletano a far capire il pensiero di un ragazzo che gira per le strade di Napoli in un giorno di pioggia, tra muri impregnati di umidità, intenerendosi parlando di libertà e pensando al tempo che è passato.

Tutt’attuorno l’aria addora ‘e ‘nfuso
chi song’io
ce cammine ‘mmiezo ‘a via
parlanno ‘e libertà.

 

Napule è

Ho lasciato per ultimo questo pezzo, anche se è quello che apre l’album, perché è un vero inno alla città da parte di un suo figlio artista. Inizialmente, come affermato dallo stesso Daniele questo pezzo doveva far parte di un 45 giri successivo all’uscita di Terra mia; ma è finito per essere quella pennellata in più di un quadro magnifico nel suo insieme.

Napoli è…
Pulcinella. La maschera locale impersona il genio, l’estro, la furbizia e l’ingegnosità dei napoletani, a volte mesto e a volte ironico, pigro, chiacchierone, sfrontato, simbolo della napoletanità.
Città di magia e superstizione. Per i suoi vicoli si dice che si aggirino ‘o munaciello (spiritello dispettoso) e ‘a bella ‘mbriana (spirito benigno).
La città di San Gennaro, di Masaniello, del Lazzari della Repubblica Napolitana, di Maradona e Sofia Loren.
La città della musica, della canzone popolare italiana conosciuta in tutto il mondo.
Grande tradizione di teatro con Scarpetta, De Filippo, Viviani. e naturalmente il principe della risata Antonio De Curtis, in arte Totò.
Città dove la malinconia (l’Appocundria) e la felicità viaggiano sempre a braccetto.
Città dove si cresce in fretta e dove il tempo, non dà né tempo, né spazio.

Napule è mille culure

Napoli è mille colori e svariate sfumature e di costanti complicazioni. Tanti acquerelli, vedi le sue piazze, le sue chiese i suoi monumenti, i suoi vicoli. Sin dal primo momento ascoltando la canzone ho immaginato di guardare nei vicoli della città con i vestiti stesi da un palazzo all’altro e sentire il vociare gioioso della gente. “ammuina

Napule è mille paure

Napoli è mille paure, tensioni, difficoltà . Dalla criminalità, alla corruzione, alla decadenza dei luoghi; dall’inquinamento alla povertà

Napule è a voce de’ criature

è il vociale festoso dei bambini che giocano per strada spesso con il pallone, ma che non infastidiscono. Vociare che è sempre accettato da tutti in special modo nei vicoli.

che saglie chianu chianu

il vociare festoso dei bambini “’e criature songo ‘e Dio” che sale e si alza lentamente

e tu sai ca nun si sulo.

e tu sai che non sei solo; perché Napoli è sempre stata  chiassosa e caotica tanto da non farti sentire in solitudine

Napule è nu sole amaro

Napoli è un sole amaro. Napoli da sempre ritenuta città del sole, forse qui viene visto come un sole che non sempre riesce a riscaldare e portare quella festosità, che poi è alla base della filosofia napoletana, viste le disavventure dalla quale la città si è sempre arrangiata e rialzata

Napule è addore ‘e mare

Napoli è il profumo del mare

Napule è ‘na carta sporca

Napoli è una carta sporca: una città ingiustamente disprezzata, offesa, derisa e banalizzata

e nisciuno se ne importa e

e nessuno se ne importa, se ne prende cura

ognuno aspetta a’ ciorta.

e ognuno aspetta la sorte: intesa come destino fortunato o sfortunato che sia. È doveroso precisare che i napoletani sono molto superstiziosi e per dire “che sfortuna!” dicono “che ciorta!

Napule è ‘na cammenata

Napoli è una camminata, passeggiata

inte viche miezo all’ato

nei vicoli, gli uni fra gli altri, che salgono e scendono. I vicoli sono spesso bui perché stradine strette e oppresse tra due file di palazzi, dove la gente si conosce bene e ognuno sa i fatti degli altri, ma che spesso non esitano a darsi una mano gli uni con gli altri

Napule è tutto ‘nu suonno

Napoli è tutto un sogno: una città che vive tra fantasia e realtà bizzarra e contraria

e ‘a sape tutti o’ munno

e la conosce tutto il mondo. Per la lingua napoletana il verbo sapere assume il significato di conoscere qualcuno o qualcosa. Infatti per chiedere “conosci quel tale?”, si dice “o saje a chello?

ma nun sanno a verità.

ma non conoscono la verità: Napoli è una città complessa, difficile da conoscere anche dagli stessi napoletani per le sue molteplici contraddizioni, ma credo che qui voglia dire per chi ne da qualsiasi giudizio, che non la conosce a fondo, non la conosce veramente.

Pino Daniele, nel corso della sua carriera e quindi nella sua discografia, riprenderà a parlare di Napoli, lo farà velatamente, palesemente, con sfaccettature e nei sottinteso, pescando nella tradizione popolana, nel dialetto volgare, con frasi fatte, intercalari e modi di dire “ogni scarrafone è bello a mamma soja”; “’o sape ca è fesso e cuntento”; “si se ‘ntosta ‘a nervatura”; “inciuci – l’Appocundria – bella ‘mbriana”; “E lascia ‘o pazzià pecchè ‘e criature songo ‘e Dio, finchè ‘a vita ‘nce abbasta e nun resta cchiù masto a dì ca è sempe overo” ; “mo’ nun me futte cchiù”; “tu vaje deritto e i’ resto a pere”; “ma po’ chi mm’o ffa’ fa”; “ma si haje suffrì’ caccia ‘a currea”; “và tu va tant’io sbareo”.

Daniele riprende Napoli palesemente in Un angelo vero contenuta nell’album Che Dio ti benedica, ma lo fa in italiano, non più in napoletano, e stranamente racconta una Napoli diversa: non più i vicoli ma la parte bene, il Vomero, San Martino, il Porto. La Napoli piena di contraddizioni, di paure, di superstizioni e maldicenze “città che non mantiene mai le sue promesse, città fatta di inciuci e di fotografia”, (qui per inciucio non intende il pastrocchio della politica, ma la piccola intrusione nei fatti altrui, condita con un pizzico di maldicenza che si ingigantisce passando di bocca in bocca). La Napoli contraddittoria anche nella delinquenza e dei suoi affiliati “seduto in mezzo al panico nasconde una pistola, Gennaro è in fondo al vicolo vive con un nodo in gola”. Città tappezzata di fotografie di Maradona e di Sofia Loren. Città che malgrado tutto, come ogni figlio, riesce a giustificare “Ma è la mia città tra l’inferno e il cielo ed io mi perdo ancora fra le mie pazzie e le tue bugie”.

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Fiorentino Izzo

Maresciallo Maggiore Aiutante della “Gendarmeria della Repubblica di San Marino” in pensione.
Socio fondatore del Gruppo Artistico Culturale Indipendente “Il Cielo Capovolto”